Le opere di don Didimo Mantiero



Giovedì 25 novembre il Sindaco di Bassano Elena Pavan ha ospitato nella sala consiliare del Municipio i ragazzi del Consiglio del Comune dei Giovani, che come ogni anno sono andati a presentarsi e a portare il loro saluto al primo cittadino.
I ministri, guidati dal loro "Sindaco" Andrea Zilio, si sono presentati e hanno esposto i principali appuntamenti che li vedrà impegnati nel 2022. Un particolare riguardo è stato dedicato al 60° anniversario dell'associazione, per il quale sono in programma una serie di eventi che culmineranno in una serata di gala nel mese di ottobre, e al 60° compleanno dell'associazione calcistica che ricorre nel 2021.
Prendendo spunto dal tema
annata del CdG - il protagonismo giovanile - il sindaco Pavan si è congratulata con la delegazione di ministri per il loro impegno sottolineando che "mettersi a disposizione, imparare, stare alle regole è importante non solo nella vita associativa ma soprattutto nel lavoro, nella scuola e nella vita di tutti i giorni".
Al termine dell'incontro i ragazzi hanno fatto dono al Sindaco di due pubblicazioni sul CdG e sulle Opere don Didimo Mantiero, dell'ultimo numero del loro periodico La Voce dei Giovani (evidenziando peraltro che si tratta della pubblicazione più longeva del territorio bassanese) e di una spilla con il simbolo dell'associazione.


Si è riunito mercoledì 24 novembre il nuovo Direttivo per l'impegno sociopolitico delle nostre Opere, rinnovato nella composizione dopo la scadenza del mandato del Direttivo precedente. A comporre l'organismo sono stati confermati sette membri che già ne facevano parte nel mandato precedente (Gianpaolo Bizzotto, Roberto Marin, Luca Torresan, Matteo Bozzetto, Paola Teosini, Margherita Torresan e Marina Bizzotto) ai quali sono state aggiunte quattro new entry: Marco Artuso, Francesco Battaglia, Enrico Fietta e Luca Scalco.
Il cambiamento ha riguardato anche la carica di presidente: a subentrare a Gianpaolo Bizzotto, che ha guidato il Direttivo negli ultimi due mandati, è stato eletto Mauro Torresan.
Mauro dal 2007 al 2012 è stato presidente del Consiglio d'Istituto del 1° Circolo didattico prima e dell'Istituto comprensivo 1 Bellavitis poi.
Per quindici anni, dal 2003 al 2018, è stato presidente del Consiglio di quartiere Borgo Zucco. Dal 2019, infine, è presidente dell'Intercomitato dei Quartieri di Bassano, l'organo di coordinamento dei presidenti di quartiere.


La settimana del Premio Internazionale Cultura Cattolica si è aperta mercoledì 27 ottobre, con l’arrivo di Fabrice Hadjadj, la moglie Siffrein e i suoi nove figli a Bassano.

Dopo un breve incontro con alcuni rappresentanti delle Opere Don Didimo, della Scuola di Cultura Cattolica e del Comune dei Giovani, la serata ha preso vita nell’aula magna dell’oratorio Pier Giorgio Frassati di Santa Croce, per un primo incontro del filosofo francese con gli educatori delle Opere don Didimo (qui il video integrale).

Dopo una breve presentazione del premiato ad opera della presidente Francesca Meneghetti, è toccato a Gabriele Alessio fare gli onori di casa e presentare in poche parole tutta la realtà che ruota attorno al carisma di don Didimo.

Presente anche la redazione de La Voce dei Giovani che ha posto alcune domande a Farbice Hadjadj su temi che spaziano dall’educazione nella famiglia, fino alla situazione odierna dell’Europa. Le domande hanno trattato la figura del padre nella società moderna, ruolo per il filosofo importantissimo ed essenziale per la maturazione dei figli, il dualismo tra libertà e libero arbitrio, connesso con il concetto di bene inscindibile da queste dinamiche. Fabrice Hadjadj ha quindi ricordato l’importanza del coraggio, o fortezza, in una modernità scandita dalle tecnologie e un abbandono sempre più profondo con la tecnica e la materia. Infine ha "rivoluzionato" la visione della religione islamica nella nostra Europa: una possibilità, per noi cristiani, per sentirci valorizzati.



Una riflessione sulla cultura e una sui tempi che ci aspettano, quelli del computer. Sono le due declinazioni che hanno caratterizzato l’intervento di Fabrice Hadjadj, il filosofo francese che ieri, venerdì 29 ottobre, ha ricevuto a Bassano del Grappa il 39° Premio Internazionale Cultura Cattolica.

«Il cattolicesimo non è una cultura rivale, perché non si colloca sullo stesso piano delle culture» ha affermato. «Se si possono paragonare le culture a specie vegetali, la Rivelazione cristiana non è una specie più viva e più bella, che dovrebbe sostituire le altre, come un'erba meravigliosa più virulenta dell'erbaccia. È più come il sole, la pioggia e le forbici del giardiniere. È ciò che permette a ogni cultura di crescere, di purificarsi, di dare fiori più belli e frutti più gustosi.» Per parlare di cultura occorre aver sempre presente che «l'uomo non è colui che inizia né quello che controlla interamente l'opera. L'opera procede da un dono iniziale, quello del seme, dalla specie selvatica donata dalla natura, dalla specie addomesticata da un antenato, e si dispiega sia con lo sforzo di un lavoro che con la grazia di una meteorologia favorevole.» Così, «L'uomo di cultura, chiunque esso sia, riconosce sempre il dono primo del materiale e dell'ispirazione e sa che la propria mano è alla mercé dell'artrite.»

All’orizzonte di profila però la minaccia del «paradigma tecnocratico, dove il programma prevale sulla provvidenza, dove la robotizzazione prevale sul lavoro, si oscilla continuamente tra il monitoraggio e l'ecstasy, il calcolo e la trance». «Perché allora si dovrebbe ancora oggi avere la pazienza della cultura?», si è chiesto. «A differenza dell'antico che credeva nella trasmissione, a differenza del moderno che credeva nel progresso, il postmoderno non crede più nel futuro... Non pianta alberi. Effettua ordini con consegna espressa.» Manca l’idea dell’uomo che costruisce cattedrali sapendo già che non potrà essere lui a goderne, ma i suoi nipoti. Quindi, oggi «quale ambiente può assicurare una continuità storica sufficiente a che i nipoti abbiano ancora una vita la cui essenza appaia simile a quella dei loro nonni?»

«In un mondo tecnocratico e che rompe sempre col passato, dove non si parla più che di crollo, non c'è che la Chiesa, nella permanenza miracolosa del suo magistero, a mantenere l'unità della condizione umana», è la risposta che ha lanciato Hadjadj.

«Diventando cristiano, divento contemporaneo di Mosè, Paolo, Agostino, Tommaso d'Aquino, Dante, Manzoni, ma anche di Sofocle, Aristotele, Virgilio che preparano al Vangelo. So che, sostanzialmente, le domande che pongono Shakespeare o Goldoni valgono ancora per me. Anzi, credo che Nietzsche e Marx avranno posterità solo nella Chiesa, perché il cattolico si interesserà ancora ai loro scritti, quando i seguaci degli algoritmi, dell'animalismo o del fondamentalismo li avranno da tempo abbandonati.»

Così, «se ho partecipato a un cattolicesimo che riconosce la sua missione di salvezza per la cultura oggi, allora il premio che ricevo non è fondato su un malinteso».

Anche Francesca Meneghetti, presidente della Scuola di Cultura Cattolica, ha parlato nel suo intervento di Rivelazione «come oggetto del nostro interesse, perché cerchiamo di approfondire l’insegnamento del Vangelo alla luce del Magistero della Chiesa». Oltre a questa, sono altre due le parole chiave che hanno mosso l’agire dell’associazione nei suoi primi 40 anni (celebrati proprio nel 2021 con la pubblicazione da parte delle Edizioni Ares di un volume che raccoglie i testi di dieci conferenze del primo decennio della Scuola): sono la parola “realtà” «come società e mondo che ci circonda, nel quale siamo immersi e operiamo» e “responsabilità”, «quella che abbiamo come laici nei confronti di quanto abbiamo ricevuto». È su queste basi che poggia un lavoro di approfondimento in un momento storico che Meneghetti ha sintetizzato con una citazione dello stesso Hadjadj: «La nostra è un’epoca benedetta, nella qual l’Eterno, nella sua insondabile provvidenza, ci ha dato di vivere e di testimoniare».


Venerdì 29 ottobre, alle 20:30 al Teatro Remondini a Bassano, si svolgerà la cerimonia in cui verrà conferito il 39° Premio Internazionale Cultura Cattolica al filosofo e scrittore francese Fabrice Hadjadj. Nato a Nanterre da genitori ebrei di origini tunisine, da pochi giorni cinquantenne, sposato e padre di 9 figli, Hadjadj è uno degli intellettuali cattolici più considerati e attualmente è direttore a Friburgo dell’Istituto Europeo di Studi Antropologici Philantropos.

Cresciuto in una tradizione familiare maoista, anarchica e nichilista, Hadjadj ha avuto la sua conversione nel 1998, quando l’esperienza della malattia del padre lo porta ad entrare nella chiesa parigina di Saint-Séverin (“Ho iniziato a pregare la Madonna ancora prima di credere in Dio”, dirà poi di questa esperienza). Da allora non ha smesso di indagare tutti i principali temi della vita, in particolare quelli della morte e la vita oltre ad essa, della sessualità e della famiglia nel complicato rapporto con l’approccio relativista tipico della modernità. Un lavoro di indagine che non gli ha impedito di dedicarsi anche ad altri ambiti, come la drammaturgia e la musica.

Come conferma la presidente della Scuola di Cultura Cattolica Francesca Meneghetti, la riflessione sull’uomo e sul suo posto nel mondo è urgente, ed è questo uno dei motivi per cui la Giuria ha scelto il nome di Fabrice Hadjadj, che “ha scritto pagine fondamentali sulla relazione tra l'uomo e la donna, sulla famiglia come luogo della vita. La sua Mistica della carne è un contributo fondamentale quanto originale al pensiero filosofico cristiano”. Anche la motivazione redatta dalla stessa Giuria del Premio evidenzia la vivacità intellettuale di Hadjadj, che «aderisce al metodo e allo stile di Chesterton: il paradosso è “una scorciatoia per raggiungere la Verità”.» Egli, si legge nella motivazione, «con grande passione e intelligenza richiama il pensiero europeo a cercare sempre i punti in cui vita e cultura si congiungono, senza mai cedere al conformismo delle opinioni prevalenti.»

Il premiato riceverà il saluto ufficiale della città di Bassano del Grappa direttamente dal Sindaco Elena Pavan, che incontrerà venerdì mattina alle 10:00 presso il Municipio. L’incontro è aperto alla stampa.





Mercoledì 22 settembre si è tenuto l’incontro organizzato da La Dieci con Carlo Mocellin, marito di Mariacristina Cella, dichiarata venerabile il 30 agosto 2021. La testimonianza ha voluto mettere in luce il modo con cui Cristina viveva la vita, caratterizzata da una profonda fede, una grande tensione e amore verso Dio. Una fede che l’ha portata molte volte ad interrogarsi sul suo ruolo nel mondo, portandola infine a donare la propria vita per quella del figlio nascituro.
“Abbiamo a che fare con un Dio che ci ama e vuole compiere grandi cose nella nostra vita: è possibile viverle nella nostra quotidianità, senza dover strafare, ma consapevoli di aver a che fare con un Dio che ti stravolge la vita, un Dio che ama con un amore forte, che va oltre a quello che conosciamo noi”, è stato l'invito di Carlo, che ha letto dei passaggi dei diari che teneva la moglie. La sua fede profondissima la portava infatti a desiderare di conformarsi il più possibile a Cristo: “devo liberarmi dai condizionamenti che mi inducono a comportarmi nel modo che non è quello più giusto, devo cioè imparare a vivere tenendo presente il più grande maestro di vita, Gesù, nell’amore e non nella discordia, portando la mia croce con gioia e nella sofferenza accettando la volontà di Dio e i compagni così come sono.”






Domenica 17 ottobre La Dieci ha organizzato una visita al Santuario della Madonna della Corona e alla tomba di San Giovanni Calabria per chiudere l’anno in cui si è celebrato il suo ottantesimo "compleanno". Il Santuario della Madonna della Corona si trova incastonato tra le rocce del monte Baldo in provincia di Verona e nel 2022 vi si terrà l’Anno Giubilare (le celebrazioni sono iniziate già a settembre) in occasione dei 500 anni dal ritrovamento della statua della Madonna addolorata che oggi si trova al centro dell’abside della chiesa. La tradizione vuole, infatti, che essa sia stata traslata qui per intervento angelico direttamente dall’isola di Rodi, allora invasa dalle truppe musulmane di Solimano II. Per tutto l'Anno Giubilare sarà quindi possibile, recandosi al Santuario, lucrare l'indulgenza plenaria.

La comitiva de La Dieci si è poi spostata a San Zeno in Monte, presso l’Istituto fondato da don Giovanni Calabria. Il legame tra le nostre Opere e San Calabria (la sua canonizzazione risale al 1999) è profondo: fu direttore spirituale di don Didimo, che iniziò a scrivergli nel 1936 instaurando un rapporto epistolare che durò fino alla morte del sacerdote veronese, nel 1954. A lui don Didimo confidava quanto aveva nel cuore e gli raccontava de La Dieci e del Comune dei Giovani, ricevendo da don Calabria rassicurazione e incoraggiamento: «È Dio che ti ha suggerito La Dieci – scrisse un giorno del 1941 a don Didimo –, coltivandola, perché Dio la vuole.» E ancora: «La Dieci è come un canale di acqua viva. Nessuno la nota; nessuno se ne accorge. Vivrà umile, come l’acqua, che scorre sotto la terra; là dove sortirà li fioriranno oasi di grazia e di vita.»





Sabato 2 ottobre si è tenuto a Roma, in San Pietro, il terzo capitolo catechesi intitolata “Monastero WiFi”, promossa da Costanza Miriano sul tema, quest’anno, della preghiera. In una basilica chiusa ai turisti, si sono susseguiti gli interventi di sacerdoti molti dei quali già nostri amici: da padre Maurizio Botta fino all’adorazione condotta da don Vincent Nagle, passando per gli interventi di Mons. Grappone, don Pierangelo Pedretti, don Massimo Vacchetti, don Luigi Maria Epicoco, con la splendida Messa celebrata da don Fabio Rosini.

Tra gli iscritti all’evento c’erano anche i ragazzi del Comune dei Giovani, che in fretta furia hanno messo in piedi una comitiva di diciotto persone che con auto e furgone sono partiti alla volta di una due giorni romana con l’obiettivo di dare una marcia in più a questo inizio di annata, proprio a partire dalla preghiera.
Senza preghiera, infatti, non ci sarebbe Comune dei Giovani. Lo dimostrano le esperienze che hanno provato a imitarlo ponendo in secondo piano l’aspetto della preghiera, durate appena sei-sette anni; lo dimostra il fatto che don Didimo ha avuto bisogno di nove anni per far nascere il Comune dei Giovani dopo essere stato trasferito a Bassano: bisognava impiantare, prima, La Dieci.
Ecco che una catechesi incentrata sul significato della preghiera, sul Padre Nostro, preghiera per eccellenza, sui frutti della preghiera e sulla sua vocazione "combattente" e sul lasciarsi illuminare, reggere, custodire, governare da Dio, come dice la preghiera dell’Angelo custode, danno forza e rigore a un’esperienza che si avvia a festeggiare il suo sessantesimo compleanno in grande stile.



Si avvicina il Premio Cultura Cattolica 2021!
Venerdì 29 ottobre, alle 20:30 presso il Teatro Remondini a Bassano, il riconoscimento verrà conferito al filosofo e scrittore Fabrice Hadjadj.

ATTENZIONE - Per partecipare all'evento, è necessaria la prenotazione accedendo a questo link: https://bit.ly/premioSCC2021

Vi aspettiamo!



Il video della conferenza


Lunedì 4 ottobre nell’incontro di apertura del ciclo di conferenze autunnali della Scuola di Cultura Cattolica è intervenuto il prof. Onorato Grassi, docente di Storia della filosofia medievale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e alla Lumsa di Roma, sul tema "Educare in tempi difficili. Riflessioni e opportunità per far crescere l’umano".

"Il Covid ha messo in crisi il modo di intendere la realtà e di relazionarci tra noi", ha esordito citando Papa Francesco. Si è generata una realtà di fronte alla quale sono sorti tre diversi atteggiamenti: il primo è il desiderio di tornare alla normalità, a com’erano le cose prima. Ma la normalità, a causa dello sconvolgimento che abbiamo sperimentato, non può più tornare alla vita com’era prima. Il secondo è quello di rimanere nell’incertezza, e anche questo approccio non regge perché non possiamo vivere a lungo nello smarrimento. Il terzo è capire la posta in gioco e provare a cambiare le cose, trovare un modo per ripartire. C’è prima da superare, però, la posizione di chi crede a tutto e al suo contrario, posizione oggi favorita da un’informazione che non ha più come obiettivo ricercare la verità, ma generare una dinamica che privilegia chi urla più forte. L’educazione ha a che fare con l’atteggiamento che richiede tempo e vuole fare domande e non vuole trovare delle scorciatoie nel dare un senso alla realtà. L’educazione è fondamentale perché il Covid ha creato una catastrofe creando un vuoto culturale, sociale, umano che avrà conseguenze terribili.

Quindi, in che contesto parliamo di educazione? È un contesto di "normalità disarticolata", sconvolta. Questo assunto è determinante se si parte dalla premessa, come sosteneva John Henry Newman, che "metà dell’educazione viene dalla tradizione del luogo di educazione, dal genius loci, e oggi questo luogo è, appunto, disarticolato". Non c’è più una continuità educativa, una normalità nel passaggio di testimone tra padri e figli, tra maestro e discepolo, tra una società adulta e una giovane. “"È giunta a maturazione la rottura teorizzata negli anni Settanta", ha commentato Grassi. Siamo approdati a una società in cui siamo legati l’un l’altro "dall’inno e dalla bandiera, ma non abbiamo più molto in comune". In educazione le conseguenze sono rilevanti, perché in questo contesto l’individuo non ha più radici.

Qui si innesta il problema del senso, del rapporto con la realtà, poiché – come diceva Luigi Giussani – si afferma la realtà solo se se ne afferma il senso. Oggi poniamo la questione del senso delle cose in un’epoca di "valutazioni quantitative". Siamo in un momento di predominanza dei big data, cioè della possibilità di usare i dati come mai prima è stato possibile nella storia dell’uomo. Essi sono divenuti una materia prima, e chi li possiede è come il possessore di un giacimento. La datacy (l’accumulo di dati digitalizzati e il loro uso in funzione di decisioni che si devono prendere) sta avendo la meglio sulla literacy (il pensiero umanistico, l’istruzione) con gravi conseguenze sul modo di pensare, parlare e agire. Una delle conseguenze più gravi è "lo spostamento del senso fuori dal territorio della comunicazione umana", cioè il senso non appartiene più al nostro parlare, al dire. Uno spostamento che sta investendo tutte le culture del mondo e che avrà la conseguenza che "ciò che sarà creduto o accettato sarà il contenuto dell’affermazione e non la sua relazione con i fatti". Varrà ciò che si dice in sé, e non avrà rilevanza che sia vero o meno (è qui che affonda le radici il fenomeno delle fake news).

Vi sono due aspetti del problema del senso, ha continuato Grassi: il primo è legato al tema della paternità e della maternità. Padre e madre sono quelli che danno senso alla vita. Dare senso alla vita fa essere più padre e madre del padre e della madre biologici. L’animale è generatore, riproduce, non è padre: "il padre è supremo aiuto alla chiarezza del senso della vita e compagnia nel cammino a essa". Padre e madre sono coscienti di sé dentro l’esperienza della vita e sanno trasmetterlo agli altri. Il senso della vita appartiene quindi alla sfera della coscienza e dell’autocoscienza e non a quella del calcolo e dei dati.

Il secondo aspetto riguarda l’educazione intellettuale. Il filosofo Robert Spaemann diceva che "l’uomo inizia a ragionare per l’esigenza di essere libero e per trovare dimora e sicurezza". L’uomo libero ragiona perché sa di non essere "meccanico". Una scelta è determinata dal conformarsi alle scelte altrui, oppure dall’affidarsi a emozioni e sentimenti, oppure ancora da interessi economici. Oppure, infine, da un giudizio su che cosa si deve fare, su ciò che è giusto o sbagliato. Quando posso scegliere tra una cosa e l’altra, ciò che mi determina nella scelta dipende da una valutazione che do su ciò che è giusto fare. Qui interviene la ragione: come superamento dell’ovvietà ("la pensano tutti così e quindi lo faccio anche io") e come interrogazione su che cosa sia vero, evidente, su cosa è giusto fare. Giustificare una scelta è questo: ricondurla a ciò che è "primo" ed evidente, a qualcosa che "tiene" e che non è ovvio.

Inoltre, ha proseguito, la ragione è tale quando è collegata al complesso della vita umana, non è separabile dall’affettività. L’educazione non è solo il lavoro che fanno i pedagogisti, ma è ciò che fa l’uomo adulto per liberare se stessi e i giovani da una schiavitù mentale: "L’opera educativa è quella che libera dall’asservimento mentale, che è uniformarsi al giudizio altrui passivamente". Sempre Newman scriveva che "l’arricchimento umano e intellettuale non è nell’accoglienza passiva di un certo numero di idee, ma nel confrontare un’idea con le altre"; è una crescita continua di sintesi che si producono una dopo l’altra, "non aggiungendo cose, ma spingendo in avanti il centro mentale che ognuno di noi ha e verso il quale gravitano tutte le cose che apprendiamo", che è capace di organizzare le conoscenze che abbiamo e che è in grado di metterle in relazione tra di loro. L’autore medievale Bonvesin De La Riva diceva, a questo proposito, che i giovani si annoiano quando non hanno il filo logico delle cose che sentono. E se educazione, come si diceva, è introduzione al senso della realtà, l’istruzione serve per entrare in essa: chi è istruito sa più cose della realtà che conosce, esattamente come un esperto d’arte vede in un quadro di più di quanto possa vedere un non appassionato.

Perché, quindi, è importante l’educazione intellettuale? Per il destino dell’uomo e per l’economia. L’educazione serve per superare i pregiudizi (Newman parlava di "offuscamento dell’occhio della ragione"). Abbiamo alle spalle un secolo – ma il ragionamento si può estendere anche ai tempi attuali – in cui l’educazione è stata di carattere ideologico. L’etica della conoscenza, invece, significa avere il coraggio di guardare la realtà e di far prevalere la verità rispetto ai propri pregiudizi.

E qual è invece il rapporto tra l’educazione e lo sviluppo della società? Grassi ha trovato la risposta in uno scritto di Carlo Cattaneo, che sosteneva che ciò che determina di più lo sviluppo non sono tanto i tre elementi fondamentali di cui parlano gli economisti (natura, lavoro, capitale), quanto il pensiero, gli atti creativi: "non c’è lavoro, non v’è capitale che non cominci con un atto di intelligenza. Prima di ogni lavoro, prima di ogni capitale, quando le cose giacciono ancora non curate e ignote in seno alla natura, è l’intelligenza che comincia l’opera e che imprime in esse per la prima volta il carattere di ricchezza". Insomma, ciò che è in grado di mettere insieme i tre fondamenti dell’economia è l’intelligenza. Ecco allora che lo sviluppo dell’intelligenza non è affatto indifferente allo sviluppo di un Paese: di conseguenza, interessarsi dell’educazione è un atto politico di estrema rilevanza.

Un ulteriore elemento portante dell’educazione è la comunità. Essa è la condizione per realizzare un’idea grande, un’impresa importante: “non si tira a riva una barca da soli”, dicevano i medievali. La comunità però non dev’essere fittizia, basata su qualcosa di esteriore, come le mode. La comunità è una dimensione dell’io, "nasce nel cuore di ciascuno ed è un cuore che sa condividere con altri la passione per la vita e per l’esistenza", ha spiegato. Lo hanno capito i grandi geni e i grandi educatori, che non a caso hanno strutturato la loro opera sulla formazione di un gruppo, di una comunità.

Infine, non si dà educazione senza la speranza. Diceva il poeta Charles Péguy che la speranza non va da sé, ma per avere speranza bisogna essere molto felici, bisogna aver ricevuto una grande grazia. Anche per educare bisogna aver ottenuto una grazia, bisogna aver sperimentato una positività da comunicare. Un padre triste non educa, un maestro che insegna è felice, ha avuto un grande dono nella vita (un adagio medievale diceva che "si insegna ciò che si è contemplato"). Lo psichiatra Eugenio Borgna nel suo libro Speranza e disperazione scrive: “la speranza ci consente di vedere la realtà con occhi non annebbiati, e non oscurati dall’esteriorità e dalle consuetudini, dalle convinzioni e dalle ripetizioni e ci consente di aprirci al futuro liberandoci dall’ostinata prigionia del passato e del presente”.

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