Venerdì 17 novembre presso il Teatro Remondini a Bassano si è tenuta la 35ª edizione del Premio Internazionale Cultura Cattolica, riconoscimento conferito allo studioso parigino Rémi Brague. Erano molti gli ospiti del mondo politico, accademico ed ecclesiale che hanno partecipato all’evento. Tra gli altri, l’Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio mons. Luigi Negri, gli assessori regionali Elena Donazzan e Manuela Lanzarin, il prof. Lorenzo Ornaghi (ex Ministro per i Beni Culturali) in qualità di Presidente della Giuria.

“La cultura cattolica - anima del popolo europeo, come affermò Benedetto XVI - s'innerva nella vita degli uomini e delle donne del nostro tempo spingendoli a scoprire, dentro le pieghe del quotidiano, la bellezza dell’essere amici di Dio. In questo modo la Fede – come il Bene – si diffonde e viene, per così dire, veicolata attraverso le opere degli uomini: il lavoro, l’educazione delle nuove generazioni, la musica, l’arte e il pensiero”. Con queste parole ha voluto portare il suo saluto il Vescovo di Vicenza mons. Beniamino Pizziol in un messaggio letto dall’Arciprete Abate mons. Andrea Guglielmi.

Mons. Negri ha portato il suo saluto personale ringraziando la Scuola di Cultura Cattolica “per l’insistenza con cui affermate che la Fede può produrre cultura. Il Premio dice che la fede è un avvenimento personale e comunitario perché senza la novità di Dio il mondo rischia di essere una realtà senza senso”.

Un argomento ripreso nella sua relazione anche dal prof. Ornaghi, che ha sottolineato come anno dopo anno il Premio Cultura Cattolica “a rafforzato la sua originaria identità, ha accresciuto il suo prestigio e quello della città di Bassano”. In un momento in cui si tende a considerare la cultura cattolica come qualcosa di residuale, ha aggiunto, bisogna riaffermare che la vera cultura riesce a saldare il presente con un passato che è vivo. Il cattolico, ha concluso Ornaghi citando padre Agostino Gemelli, “deve saper soprannaturalmente entrare nel cuore della realtà”.

Il prof. Brague ha quindi risposto alle domande del giornalista del Foglio Giulio Meotti, attraverso le quali si è sondato il tema della decadenza dell’Europa. “L’Europa è stata il centro della cristianità e adesso è un continente ammalato”, ha esordito Brague. Tuttavia, questa è una situazione comune in tutto l’occidente: “le chiese sono vuote, i media pubblici sono tutti contro il cristianesimo e i Vescovi spesso paralizzati dalla paura, sono soffocati e silenziati”. “Ma ci sono ragioni per coltivare la speranza”, ha commentato il filosofo, portando ad esempio come negli ultimi anni sia sorta “una gioventù desiderosa di crescere nella fede”.

Quali sono le ragioni di questa decadenza? Non certo quelle economiche, considerato che su questo fronte l’Europa ha già da tempo perso il primato. Sono ragioni legate a “una perdita di sicurezza da parte delle classi dirigenti”, ha spiegato, e un altro grande problema vissuto dal Vecchio Continente è il calo demografico, che ha a sua volta un’origine culturale. Non si fanno figli, ha detto, se non si pensa che la vita sia un bene in sé da trasmettere anche a chi deve ancora nascere.

In Europa si possono inoltre vedere chiaramente i danni del post-modernismo, che ha avuto le sue origini proprio in Francia. “Avrei preferito che il mio Paese esportasse qualcosa di migliore”, ha scherzato il premiato. “Il post-moderno ha detto addio all’idea di verità”, ha poi commentato.  “Per questo ho usato l’espressione volutamente paradossale di ritorno al Medioevo”, ha spiegato. Bisogna però distinguere l’età moderna (“gli ultimi cinque secoli hanno prodotto cose buone”) dal “progetto moderno”, che consiste invece nel sogno di una “totale autonomia dell’umanità che vuole definire e creare se stessa dimenticando il suo legame nella natura e nella trascendenza divina”.


“Sono felice che la Scuola di Cultura Cattolica abbia deciso di premiare un filosofo”. Il Sindaco di Bassano Riccardo Poletto ha accolto così, questa mattina in Municipio, il filosofo Rémi Brague, che stasera riceverà il 35° Premio Internazionale Cultura Cattolica. “Da insegnante – ha proseguito Poletto – credo che ci sia il rischio di perdere di vista una cultura che si interroga sui significati e sul senso della vita, su ciò che apparentemente non serve e che non ha una immediata funzionalità”.

Il prof. Brague, dopo aver ringraziato per l’accoglienza, ha raccolto lo spunto del primo cittadino, confermando che “questo è esattamente quello che sanno fare i filosofi: interrogarsi sul significato e sul senso delle cose”. Il premiato si è poi soffermato sul tema della riscoperta dei valori fondamentali della nostra civiltà: “quando si parla di valori – ha commentato – si suppone che siamo noi che conferiamo il valore, invece una cosa buona ha un valore in sé”. Per uscire da questo equivoco, ha aggiunto, “sarebbe più corretto parlare di beni”.

Quale può essere il ruolo della cultura cattolica nel contesto odierno? Secondo Brague il ruolo della cultura cattolica è “salvare la cultura in genere”, come hanno fatto i monaci nel Medioevo, quando copiando i manuali e conservandoli nelle biblioteche delle loro abbazie hanno preservato secoli di cultura non solo cristiana. Il compito dei cattolici, ha concluso Brague, “potrebbe essere quello di salvaguardare e valorizzare la cultura umana”.

Significativa è anche la dedica che il premiato ha lasciato nel libro degli ospiti illustri della città: “I filosofi sanno che non sanno. Per questo è un dovere imparare a insegnare, senza vergogna, la verità, anche quando non piace il vero a tutti (la veritas redarguens di Agostino, Confessioni, X). Con carissimi ricordi a Bassano e al Veneto”.



Venerdì 17 novembre alle ore  20:30 al Teatro Remondini
a Bassano si terrà la cerimonia di consegna del 35° Premio Internazionale Medaglia d’oro al merito della Cultura Cattolica. Il riconoscimento, che negli anni è stato conferito ai maggiori interpreti del pensiero cristiano cattolico, verrà assegnato al filosofo francese Rémi Brague.

Lo studioso, durante la serata, oltre a ricevere la medaglia d’oro e la pergamena come da tradizione, risponderà alle domande del giornalista de Il Foglio Giulio Meotti. Sono numerose le personalità del mondo accademico, culturale e politico che hanno inviato al premiato attestati di stima e che hanno confermato la loro presenza alla cerimonia di venerdì sera. Tra gli altri, saranno presenti il prof. Lorenzo Ornaghi (nuovo presidente della Giuria che assegna il Premio), il prof. Sergio Belardinelli, il dott. Cesare Cavalleri, il prof. Gianfranco Morra, mons. Luigi Negri (Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio), gli Assessori regionali Elena Donazzan e Manuela Lanzarin, il Sindaco di Bassano Riccardo Poletto.

Il prof. Brague giungerà a Bassano giovedì e nella serata terrà un incontro con i responsabili delle Opere di don Didimo Mantiero.

Venerdì mattina alle ore 11 in Municipio, inoltre, il premiato incontrerà il Sindaco Riccardo Poletto, che gli porterà i saluti della città di Bassano del Grappa. L’incontro è aperto alla stampa.

Il Premio Internazionale Cultura Cattolica è patrocinato dalla Regione Veneto, dalla Provincia di Vicenza, dal Comune di Bassano del Grappa ed è sostenuto da Centroveneto Bassano Banca e dall’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa.

Recentemente, sono intervenuti sul Premio Cultura Cattolica il quotidiano Italia Oggi, l'Osservatorio Internazionale Van Thuân ed il settimanale diocesano di Trieste Vita Nuova, La Nuova Bussola Quotidiana, il Giornale di Vicenza con un'estesa intervista alla nuova Presidente della Scuola di Cultura Cattolica Francesca Meneghetti.

 



La Scuola di Cultura Cattolica ha rinnovato il suo Consiglio Direttivo con i membri risultati eletti dopo le consultazioni tenutesi domenica 15 ottobre. Nella sua prima seduta di martedì 17 ottobre il Consiglio Direttivo ha a sua volta eletto il nuovo Presidente. Sarà Francesca Meneghetti a ricoprire questo incarico per il triennio 2017-2020. Si tratta di un’elezione a suo modo “storica”: Meneghetti è la prima donna a ricoprire tale incarico ed è inoltre la prima a guidare la realtà, fondata nel 1981, dopo che questa si è unita con gli Amici del Comune dei Giovani, un’altra esperienza associativa che faceva riferimento al movimento delle Opere di don Didimo Mantiero.

La nuova responsabile dell’associazione, che si è detta onorata dell’incarico assegnatole, si metterà subito all’opera in vista degli appuntamenti che attendono la Scuola di Cultura Cattolica. Mercoledì 1 novembre associati e simpatizzanti saranno coinvolti per ricordare la festività di Ognissanti, lunedì 6 novembre si terrà una conferenza pubblica con ospite il prof. Mauro Ronco dell’Università di Padova e venerdì 17 novembre verrà assegnato il 35° Premio Cultura Cattolica al filosofo francese Rémi Brague.

Il Consiglio Direttivo, oltre a Francesca Meneghetti, è composto da Noemi Alessio, Fabio Battaglia, Matteo Beraldin, Gianpaolo Bizzotto, Luciana Labinaz, Alessandro Lunardon, Andrea Mariotto, Alberto Scalco, Chiara Torresan e Stefano Zen.




Il Premio Internazionale Cultura Cattolica, assegnato ogni anno dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa, verrà conferito al filosofo francese Rémi Brague. La Giuria che assegna il riconoscimento presieduta dal prof. Lorenzo Ornaghi, ha deciso assegnare il Premio a Brague perché “è tra i filosofi maggiori e più originali del nostro tempo” e perché “è anche l’esponente di un pensiero cattolico che oggi sente sempre più acuto il dovere di tornare ad alimentare e orientare  cristianamente la visione culturale della vita umana e della storia”.

Formatosi all’École Normale Supérieure, Rémi Brague ha insegnato sia in Europa che negli Stati Uniti, e per 11 anni, fino al 2013, ha ricoperto la cattedra della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco intitolata a Romano Guardini e dedicata a una “visione cristiana del mondo”. “Con uno stile di scrittura chiaro ed elegante, Brague argomenta efficacemente le proprie tesi, contrastando il conformismo accademico-culturale oggi dominante”, si legge nella motivazione del Premio, ed è intensa anche la sua attività di approfondimento e di traduzione del pensiero arabo.

I suoi più recenti interventi si sono dedicati in particolare al tema dell’Europa, delle sue radici e del suo futuro, che Brague ritiene essere incerto sia per motivi demografici che culturali. La soluzione, per il filosofo parigino, è in quelli che egli stesso ha definito come un ritorno e una riscoperta del Medioevo cristiano dei grandi Padri della Chiesa, dei filosofi, dei teologi e degli scrittori che hanno fatto grande la cultura europea. È infatti al cristianesimo e all’umanesimo cristiano, recita ancora la motivazione della Giuria, che  l’Europa deve “la sua anima vera, la sua attitudine a dialogare con culture differenti”.

La cerimonia di consegna del Premio, giunto alla 35ª edizione, si terrà a Bassano, presso il Teatro Remondini, venerdì 17 novembre alle ore 20:30.


Clicca qui per vedere il video

Lunedì 2 ottobre è iniziato il ciclo di incontri autunnali della Scuola di Cultura Cattolica, e ad aprirlo è stato invitato Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato Difendiamo i Nostri Figli. Neurochirurgo e psichiatra, Gandolfini ha analizzato il disegno di legge 2801/17, ora all’esame della Commissione Igiene al Senato, con il quale il legislatore vorrebbe normare gli ambiti legati al fine vita e alle disposizioni anticipate di trattamento (DAT).

“La ratio della legge – ha esordito Gandolfini – è quella di privilegiare il concetto di disponibilità della vita contro quello di indisponibilità  a cui siamo stati abituati da sempre”. Il fatto che in Italia non vi sia ancora una legge non la rende il fanalino di coda dell’Europa, come vorrebbe larga parte del mainstream, ma fa del nostro Paese un “faro di civiltà”. Questo tipo di leggi conducono ad una deriva per cui si sono trasformati in diritti tutti i desideri della persona; “si tratta di un passaggio culturale gravissimo”, ha affermato, perché tra tutti si arriva a voler garantire come un diritto anche quello al suicidio. “Ma se il diritto nasce per tutelare un bene – si è chiesto il neurochirurgo – può essere il suicidio un bene da tutelare?”. In realtà, in Italia abbiamo già avuto l’esempio di quanto possa essere pericoloso il pensiero unico, l’ideologia applicata alle leggi, basti pensare all’iter della legge Cirinnà portata all’approvazione con la fiducia come legge di iniziativa governativa, senza passaggio in Commissione e senza il placet del Presidente della Repubblica, come invece vorrebbero i regolamenti parlamentari.

Il primo punto critico del DDL 2801 sta nel modo in cui viene inteso il rapporto medico-paziente. Se venisse approvato anche dal Senato, il medico diventerebbe un mero esecutore delle volontà del paziente, con un rapporto di tipo “contrattualistico” che invece la professione medica non può accettare. “Un medico non può dare la morte”, ha chiosato Gandolfini. Oltre a questo, ha aggiunto, “la prima parte del provvedimento è inutile, perché sia il consenso informato e il divieto di accanimento terapeutico esistono già nel Codice deontologico”, e per di più formulati in senso più favorevole alla tutela della vita del paziente rispetto a quanto non sia nel disegno di legge.

La vera insidia, tuttavia, si trova all’art. 4, che introduce le Disposizioni anticipate di trattamento. E fa specie, ha spiegato, che si parli di “disposizioni” anziché di “dichiarazioni”, dando ad esse un totale carattere di vincolatività nei confronti del medico, che così si trova a dover eseguire un ordine anziché applicare una terapia.

Le DAT, ha detto Gandolfini, “sono un consenso informato dato ora per allora, ma l’attualità del consenso è imprescindibile, perché io devo decidere nel momento in cui so davvero che cosa sto passando”, perché è evidente che “un conto è pensare di avere una malattia, un conto è averla davvero”. Bisogna poi considerare che l’eventuale accanimento terapeutico applicato ad un paziente in gravi condizioni è sempre reversibile, mentre un intervento eutanasico non lo è. In questo contesto, è particolarmente grave che al medico sia negata l’obiezione di coscienza, che invece è un diritto riconosciuto e tutelato.

”Difendere la vita – ha affermato – non è da cattolici, è da uomini. Si chiama umanesimo”. E non c’è civiltà se si lascia morire un paziente di fame e di sete, come permetterebbe il disegno di legge considerando l’idratazione e l’alimentazione come delle terapie che si possono sospendere. Lo ha stabilito anche il Comitato di Bioetica nel 2005: “acqua e cibo non diventano una terapia medica soltanto perché vengono somministrati artificialmente”. Anzi, la loro sospensione si configura come “una forma particolarmente crudele di abbandono del malato”.

I risultati sono già sotto gli occhi di tutti. Nei Paesi in cui l’eutanasia è stata introdotta, come Olanda, Belgio e Gran Bretagna, i casi di eutanasia sono aumentati in maniera esponenziale fino all’applicazione della “dolce morte” ai minori di 14 anni senza il consenso dei genitori (questo prevede il cosiddetto Protocollo di Gröningen). Nel Regno Unito il Liverpool Care Pathaway del 2012 prevede l’eutanasia a pazienti terminali senza consenso dei parenti e assegna 30.000 sterline all’anno alle cliniche che applicano tale protocollo, perché i pazienti terminali vengono considerati un peso per il Servizio Sanitario Nazionale.



Lunedì sera, alle ore 20 presso la sala convegni dell’hotel Palladio, la Scuola di Cultura Cattolica ha invitato ad aprire il suo ciclo autunnale di incontri Massimo Gandolfini, neurochirurgo e portavoce del comitato Difendiamo i Nostri Figli, organizzatore dei due Family Day di Roma nei mesi intensi di dibattito pubblico attorno alla legge Cirinnà sulle unioni civili.

Nell’ambito del dibattito in corso sul tema legato alla teoria del gender, è uno dei massimi esperti in merito agli aspetti biologici e neurobiologici della strutturazione dell’identità sessuata femmina/maschio e della costruzione dell’identità di sé del bambino, durante il tempo dell’età evolutiva.

Vita e famiglia: sono questi i due fronti sui quali la Scuola di Cultura Cattolica ha voluto concentrare l’attenzione per una carrellata di conferenze che porterà nella nostra città, rispettivamente nei mesi di novembre e dicembre, il prof. Mauro Ronco (docente di Diritto Penale all’Università di Padova e presidente del Centro Studi Rosario Livatino) ed il giornalista Marco Invernizzi.

“Le iniziative di legge e gli orientamenti del dibattito pubblico su questi temi, soprattutto per quanto riguarda la difesa e il rispetto della vita – afferma il Presidente dell’associazione Andrea Mariotto – ci confermano che è quanto mai importante portare il nostro contributo sul piano culturale, per riaffermare ancora una volta che è fondamentale che perché vi sia un reale perseguimento del bene comune è necessario che al centro di tutto ci sia la persona umana”.

Proprio in riferimento al tema della vita, Massimo Gandolfini è stato ascoltato il 12 giugno scorso dalla Commissione Igiene e Sanità del Senato a proposito del d.l. 2801/17 sulle cosiddette Dat (Disposizioni anticipate di trattamento) e ha rilevato numerose criticità nel testo del disegno di legge, sia sul fronte del rapporto tra medico e paziente che su quello del diritto alla vita.






Carissimi amici,
domenica 16 luglio vi aspettiamo a Rubbio per la tradizionale Festa delle Opere di don Didimo Mantiero.

Non mancate!


Clicca qui per vedere il video

Pubblichiamo l'intervento che il dott. Stefano Fontana ha tenuto durante la conferenza di lunedì 3 aprile 2017 dal tema "È possibile una filosofia cristiana? La sintesi di fede e ragione"

E’ il caso di cominciare questa nostra conversazione con l’esame dello stato di salute della ragione nella cultura di oggi. La ragione oggi ha perso fiducia nelle sue capacità e ritiene di non essere più in grado di conoscere granché. Molte verità riguardanti l’uomo, come per esempio che maschio e femmina sono complementari per natura e che l’omosessualità non è secondo natura; oppure verità riguardanti la vita sociale, come per esempio che la convivenza di fatto di una coppia non è equiparabile e nemmeno preferibile al matrimonio; oppure molte verità riguardanti la morale, come per esempio che l’adulterio, oppure l’aborto, oppure la fecondazione artificiale sono azioni intrinsecamente cattive e quindi da non fare mai; oppure verità riguardanti la religione, come per esempio che si può ragionevolmente argomentare che Dio esiste, o sostenere che il credente è in una posizione esistenziale migliore dell’ateo, o dire che non tutte le religioni sono uguali… molte verità che un tempo si ritenevano alla portata della ragione, oggi si pensa siano al di là della ragione e che essa non possa dire neanche una parola in proposito. La ragione ha abbandonato molti campi di sua competenza e si è autolimitata, lasciando alla fede tutti questi campi, una fede intesa però come credenza soggettiva, priva di ragioni, quindi irrazionale. La ragione si ritira nelle sue riserve indiane, con ciò lascia maggior campo alla fede, ma si tratta di una fede irrazionale e irragionevole, perché ha perso il rapporto con la ragione. Su molte verità che un tempo erano considerate ovviamente ragionevoli – che la vita è vita e che la morte è morte, che dall’embrione umano non nasce un ranocchio ma un uomo, che l’aborto è un omicidio e non si può fare impunemente, che la sessualità e la procreazione per essere umane hanno bisogno del matrimonio e così via … - su molte verità che un tempo erano considerate ovviamente ragionevoli oggi una persona qualunque si limita a dire: “dipende…”. Dipende, si dice, dalla visione che ognuno ha delle cose, e siccome si tratta di una visione non di ragione, perché in questo caso dovrebbe essere comune a tutti come tutte le verità di ragione, sarà un visione di fede, ma una fede individuale, irrazionale, emotiva, sentimentale, psicologica.

 

Questo tragico indebolimento della ragione si sta trasferendo anche dentro la Chiesa cattolica, tramite l’influenza della filosofia protestante e della secolarizzazione. Vorrei toccare brevemente ambedue questi punti.

L’influenza della filosofia protestante. Si sa che per fare teologia c’è bisogno dello strumento della filosofia. Ora, la filosofia moderna è stata notevolmente influenzata dalla Riforma protestante, che ha separato la ragione dalla fede e, quindi, la filosofia dalla teologia. E’ superfluo ricordare che tutti i principali filosofi moderni sono filosoficamente protestanti. La teologia protestante ha condizionato enormemente la teologia cattolica almeno dal Concilio in poi, ma anche da prima. Ciò ha avuto per conseguenza che oggi anche la teologia cattolica non persegue più l’unità di ragione e fede e ha fatta propria una concezione debole di ragione, che dispera di poter conoscere con le sue forze delle verità assolute. Molta teologia cattolica è diventata luterana.

La secolarizzazione. Il processo di secolarizzazione è da vedersi come una progressiva erosione del senso. Le femministe una volta lottavano contro la costrizione ad essere mamma (da cui, in crescendo, la contraccezione, l’aborto chirurgico, l’aborto chimico, l’utero in affitto), oggi, con l‘ideologia del gender, lottano addirittura contro la costrizione di essere donna. Il processo di secolarizzazione non ha eliminato solo i significati religiosi dell’esistenza, ma è andato molto avanti nella corrosione del senso, eliminando anche il concetto di natura umana e, quindi, di legge morale naturale. La secolarizzazione religiosa non si è fermata alla secolarizzazione religiosa, ma è proseguita anche nella secolarizzazione morale. Oggi non ci sono solo molti dèi diversi nella società multi-religiosa, ci sono anche molti valori diversi nella società multi-etica. Questo processo di corrosione del senso è stato assorbito anche dalla Chiesa cattolica, che nonostante l’allarme lanciato da Benedetto XVI, sta rinunciando ad una concezione forte di ragione.

Il cardinale Joseph Ratzinger, nel famoso e sempre attuale discorso di Subiaco del 1 aprile 2005, pochi giorni prima di essere eletto Papa, aveva pronosticato che il mondo laico dalla ragione debole avrebbe contestato alla Chiesa il divieto delle donne prete e il giudizio negativo sull’omosessualità. Ma oggi a contestare la posizione della Chiesa su questi due problemi non è solo il mondo laico dalla ragione debole, sono anche importanti settori della Chiesa ed alti esponenti della gerarchia ecclesiastica. Ecco un esempio evidente di come la crisi della ragione sia penetrata a fondo anche nella Chiesa.

 

Oggi, anche nella teologia cattolica, non si ritiene più possibile conoscere con la ragione la natura umana, una legge morale naturale valida sempre, dei precetti morali a carattere assoluto, un ordine sociale da rispettare con le leggi. Non si ritiene possibile poter conoscere una situazione oggettiva di peccato o che la coscienza, per essere veramente libera, debba farsi guidare da una verità che la ragione umana può conoscere. Anche nella Chiesa si è accettato l’indebolimento della ragione filosofica proposta dalla modernità protestante e alla verità si è sostituta ovunque l’interpretazione. E’ per questo che oggi, la crisi della Chiesa può essere anche detta una crisi della filosofia e della ragione. Una crisi della filosofia cristiana.

Qualche giorno fa il Generale dei Gesuiti, l’argentino Padre Arturo Sosa Abascal, ha affermato che Cristo parlava dall’interno del suo mondo sociale e culturale e, quindi, quanto diceva era contestualizzato e va interpretato non in modo assoluto ma contestualizzandolo a nostra volta nel mondo sociale e culturale di oggi. Il problema è filosofico: il Generale dei Gesuiti assume una filosofia esistenzialistica per la quale tutto è storia e tutti sono completamente immersi nella società del loro tempo, perfino il Figlio di Dio fatto Uomo.

L’Università cattolica di Lovanio ha sanzionato il professore che aveva definito l’aborto un omicidio di un innocente. E i Vescovi del Belgio sono intervenuti in modo incerto e confuso, per molti versi in modo scandaloso. E’ una questione filosofica stabilire cosa sia la natura umana e vedere che quella natura è presente come progetto ontologico anche nell’embrione umano, anche se i suoi effetti non sono esercitati effettivamente.

Il cardinale Kasper e il suo maestro Karl Rahner sostengono che i dogmi della fede cattolica sono storici e, quindi, soggetti a cambiamento. Rahner affermava già nel 1974 che non si capisce perché una donna non possa essere prete, perché un cattolico non possa votare per una legge che prevede l’aborto, perché non si possa riconoscere un matrimonio omosessuale. Rahner diceva che ci possono essere molte cristologie, che non si è mai sicuri di essere in peccato, che la Verginità di Maria, la Nascita a Betlemme e il peccato originale sono dei miti, che il pluralismo dottrinale è la condizione normale per la Chiesa.

La teologia si fa con la filosofia. Una cattiva filosofia produce una cattiva teologia. Rahner ha assunto la filosofia esistenzialista di Martin Heidegger, secondo cui l’uomo conosce sempre dall’interno della sua situazione esistenziale e non può accedere a nessuna verità assoluta. Ma San Tommaso d’Aquino, l’enciclica Aeterni Patris di Leone XIII, l’enciclica Humani generis di Pio XII e l’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II la pensano molto diversamente. Per abolire la filosofia cristiana bisogna avere la temerarietà di mandare al macero un lunghissimo insegnamento della Chiesa. Molti questa temerarietà hanno dimostrato di averla.

Tra la teologia del cardinale Carlo Caffarra, che con altri tre cardinali ha chiesto al Papa di chiarire i contenuti dell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia, e la teologia del cardinale Walter Kasper, che ha fortemente influenzato il recente Sinodo sulla famiglia e ha parlato dell’Esortazione apostolica come di una “rivoluzione”, c’è una grande differenza. Ma le loro diversità teologiche dipendono dalle loro diversità filosofiche. Il cardinale Caffarra e il cardinale Kasper parlano due linguaggi filosofici molto diversi. Nel linguaggio ontologico di Caffarra il peccato è la morte dell’anima ed è quindi chiaro che chi è in quello stato non possa ricevere la comunione senza la confessione, nel linguaggio esistenziale di Kasper il peccato è invece una semplice situazioni di vita mista di elementi negativi e positivi e si può partire dai positivi in un percorso di discernimento che può contemplare anche la comunione eucaristica senza la confessione. Per il primo il sacramento è una rigenerazione ontologica, per il secondo è una comunicazione esistenziale di vita.

Come si vede da questi esempi, la questione della filosofia non va presa alla leggera. Se nei seminari i seminaristi imparano una filosofia sbagliata fondata su una ragione debole o distorta, e se la filosofia è la chiave per impostare rettamente o meno la teologia, avremo sacerdoti e vescovi che ci insegnano cose sbagliate. So bene che la Chiesa ha le risorse interne e soprannaturali per rimediare a questi danni. Ma non possiamo perciò chiudere gli occhi sui processi dannosi dentro la Chiesa.

Nel 1907, papa Pio IX condannava il modernismo con l’enciclica Pascendi. Sappiamo che il programma dei modernisti era di cambiare la Chiesa tramite la Chiesa, vale a dire dall’interno. Il modo migliore per farlo è di introdurre nella Chiesa non nuove affermazioni teologiche, ma nuovi strumenti filosofici, poi sarebbero arrivate anche le nuove affermazioni teologiche. Per esempio, è sufficiente introdurre nei seminari una filosofia che conduca la teologia alla priorità della pastorale sulla dottrina e avremo innumerevoli cambiamenti dottrinali senza che ce ne accorgiamo, perché li considereremo solo cambiamenti pastorali. Invece sono cambiamenti pastorali che portano con sé cambiamenti dottrinali. La Chiesa può così venire cambiata in modo dolce, progressivo, inavvertito.

 

Abbiamo allora capito che la filosofia è molto importante per la teologia e per la vita di fede della Chiesa e personale. Abbiamo anche capito che il depotenziamento della ragione è penetrato anche dentro la Chiesa e la sua teologia. Oggi si dice senza timore che è bene ci sia nella Chiesa un pluralismo filosofico. Ma se c’è un pluralismo filosofico c’è anche un pluralismo teologico, e se c’è un pluralismo teologico significa che c’è anche un pluralismo dottrinale, perché la teologia – o comprensione della fede – si fa con la filosofia.

Si comprende allora l’importanza decisiva del giusto rapporto tra filosofia e fede cristiana e questo giusto rapporto si chiama “filosofia cristiana”.

La filosofia cristiana non è solo la filosofia fatta da filosofi cristiani. Cartesio era di fede cristiana, ma ha costruito una filosofia che, lungo i secoli, avrebbe danneggiato il cristianesimo.

La filosofia cristiana non è nemmeno la semplice filosofia naturale. Una verità filosofica naturale sarebbe cristiana nella stessa misura in cui una legge di chimica è cristiana in quanto naturalmente vera. Non ci sarebbe allora bisogno di parlare di filosofia “cristiana”, basterebbe parlare di filosofia vera. Ora, è vero che ogni verità umana è anche una verità cristiana, ma una filosofia solo naturale non avrebbe bisogno della fede e della dimensione soprannaturale e quindi non sarebbe cristiana. Se abbiamo la filosofia naturale non abbiamo ancora la filosofia cristiana. Platone e Aristotele hanno conosciuto molte verità naturali ma la loro filosofia non può essere detta cristiana.

Cos’è, allora, la filosofia cristiana? Essa è il “filosofare nella fede”, dentro l’orizzonte della fede, tenendo conto del quadro della rivelazione. Il punto decisivo, su cui torneremo, è questo: nella filosofia cristiana la filosofia non assume le procedure e la formalità della fede, non diventa fede, essa rimane filosofia, anzi è ancor di più filosofia. La filosofia cristiana, proprio in quanto è cristiana, è anche più filosofia. Ma su questo, come dicevo, torneremo.

Cosa vuol dire che la filosofia cristiana è un “filosofare nella fede”? Vuol dire che la rivelazione ha dato alla filosofia delle verità filosofiche non per via filosofica. Si tratta di verità filosofiche, perché la fede presuppone dei contenuti filosofici, verità che la ragione può approfondire con le sue forze solo se non si stacca dal rapporto con la fede stessa, altrimenti finisce per perderle quelle verità. La fede dà alla filosofia delle verità filosofiche che essa conosce, approfondisce o difende filosoficamente solo se non spezza il rapporto con la fede stessa. Verità che conosce, come per esempio la creazione; che approfondisce, come per esempio il concetto di virtù; che difende, come il concetto di legge morale naturale. Oppure verità che conosce, approfondisce e difende nello stesso tempo, come il concetto di persona.

La filosofia cristiana, quindi, è quella che accoglie dalla rivelazione delle verità filosofiche che arrivano ad essa per via non filosofica e ciò spinge la ragione stessa ad entrare in ambiti nuovi, a scandagliare nuove dimensioni dell’essere, non a ritirarsi ma a svilupparsi. La rivelazione chiede e stimola la ragione ad essere più ragione.

La ragione è soggetta a due vizi. Il primo è di ritenersi assoluta e di poter conoscere tutto, il secondo è di ritenersi un nulla e di non poter conoscere niente. Per questo la ragione ha bisogno della fede. Senza di essa si perde. La filosofia cristiana è allora la filosofia salvata e restituita pienamente a se stessa, libera da se stessa.

 

Il 12 settembre 2006 Benedetto XVI si trovava all’Università di Regensburg, in Germania. Lì pronunciò un elevatissimo discorso sulla filosofia cristiana, un discorso che da solo vale un pontificato. La frase chiave era stata la seguente: «Ciò che non è conforme a ragione non viene dal vero Dio». Allora si sollevarono indignati i musulmani, al punto che Benedetto XVI fu costretto addirittura a scusarsi. La religione islamica, in ogni caso, non si poteva riconoscere in quella frase. L’islam, infatti, è sottomissione ad un Dio che è al di là di ogni categoria, anche di quella di verità. E’ un Dio onnipotente ma non vincolato alla verità. L’islam non rispetta il giusto rapporto tra fede e ragione, come in effetti il discorso di Benedetto XVI dimostrava. La religione islamica si era sollevata minacciando. Non così fecero invece i protestanti, che pure erano toccati dal discorso di Regensburg. Lutero separa irrimediabilmente fede e ragione, che per lui è una “meretrice”. Quando si affida alla ragione, l’uomo sbaglia sempre. La fede diventa quindi irrazionale, un atto di fiducia, non una fede consapevole della verità di ciò in cui si crede. Una fede senza apologetica, ossia senza la possibilità di dare ragione della propria fede. Quanto è penetrata in ambito cattolico anche questa visione? Non è per caso che oggi l’apologetica è rifiutata dalla teologia blasonata che conta.

Il discorso di Regensburg fece fastidio perché conteneva l’idea che il giusto rapporto tra fede e ragione – la filosofia cristiana – lo si trova solo nella religione cattolica. E così, infatti, è. Solo la religione cattolica pensa che Dio non sia il “Totalmente Altro”, solo la filosofia cattolica sostiene il principio dell’analogia, rifiutato risolutamente dai protestanti, secondo cui è possibile passare con la ragione dal creato al Creatore perché il Creato dice qualcosa del Creatore. Solo la fede cattolica – come scriveva Augusto Del Noce, uno dei grandi Premiati dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano – contiene in sé una metafisica e per svilupparla la ragione non deve uscire dal rapporto con la fede.

 

Il problema della filosofia cristiana è assolutamente centrale. Vorrei aggiungere un ultimo elemento che spiega questa importanza. La filosofia riguarda la ragione e la ragione riguarda il piano naturale. Senza filosofia cristiana il piano naturale non entra in rapporto con quello sovrannaturale. La Chiesa non ha più titolo per pronunciarsi su questioni etiche e sociali e per promuovere una sua Dottrina sociale. La Chiesa non ha più diritto di presupporre una legge morale naturale che la ragione può scoprire con le sole sue forze. La Chiesa non ha più diritto di rapportarsi al potere politico pretendendo da esso il rispetto del diritto naturale e cristiano. La Chiesa non ha più diritto di dire la sua su educazione, famiglia, vita, matrimonio. La Chiesa non può più avere la pretesa di dire delle verità che si incontrano con le verità umane naturali e le illuminano. La Chiesa deve rassegnarsi ad esprimere una opinione tra le opinioni. Ad una ragione ormai incapace di sapere cosa significhi verità, la Chiesa dovrebbe rinunciare ad annunciare delle verità, pena essere incompresa. E così sta avvenendo, la Chiesa sempre meno è convinta di annunciare delle verità, mentre è sempre più convinta di proporre una esperienza, illudendosi in questo modo di essere maggiormente compresa dal mondo.

La scissione tra ragione e fede sarebbe la fine della religione cattolica e della Chiesa cattolica. Le forze antagoniste mirano a questa scissione. Il fine ultimo è di demolire la religione cattolica, lo strumento è di negare non direttamente la fede ma la ragione. La fede il mondo te la concede, basta che tu non rivendichi l’aggancio strutturale con la natura e la ragione e viva la tua fede nello spazio privato e devozionale e non in quello pubblico e politico.

Negando la natura, si rende indirettamente impossibile anche la soprannatura. Se sparisce l’esperienza naturale del padre e della madre diventa impossibile pensare Dio come Padre e Maria Santissima come Madre. Se tutta la filosofia moderna nega la natura e se in tutti i licei e seminari si insegna che la natura dell’uomo non esiste perché egli è un essere totalmente storico, come possiamo pensare che la soprannatura possa sopravvivere nel sentire comune?

Nell’Occidente c’è una nuova forma di persecuzione dei cattolici che consiste nel vietare loro la presenza della fede nello spazio pubblico, di impedire loro di mostrare la coerenza tra quanto dice la loro fede e quanto dice la ragiona umana. Per questo il mondo oggi dice che la fede è irrazionale e non ha quindi titolo a parlare in pubblico, ma così facendo non salvaguarda la autonoma dignità della ragione, che diventa essa stessa sempre più irrazionale. La fede e la ragione si salvano insieme, e questa è la filosofia cristiana.

 

Riferimenti:

BENEDETTO XVI, Omelia all’Islinger Feld, Monaco di Baviera, 12 settembre 2006.

ID., Discorso all’Università di Regensburg, 12 settembre 2006.

BERTI, Enrico, A quali condizioni la fede può avanzare una pretesa  di ragionevolezza?, in POSSENTI, Vittorio, Ritorno della religione? tra ragione, fede e società, Guerini & Associati, pp. 41-58.

BOGLIOLO, Luigi, Come si fa filosofia a cent'anni dalla Aeterni Patris, Quadrivium, Genova 1980.

ID., La filosofia cristiana. Il problema, la storia, la struttura, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1986.

CHESTERTON, Gilbert K., Tommaso d’Aquino, Guida, Napoli 1992.

CONCILIO ECUMENICO VATICANO I, Costituzione dogmatica Dei Fiulis (1870).

DEL NOCE, Augusto, Fede e filosofia secondo Étienne Gilson, in ID., Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea. Leone XIII, Paolo I, Giovanni Paolo II, Edizioni Studium, Roma 2005, pp. 75-83.

ID., Gilson e Chestov in ID., Verità e ragione nella storia. Antologia di scritti, a cura di A. Mina, introduzione di Giuseppe Riconda, Rizzoli, Milano  2007, pp. 329-345.

FONTANA, Stefano, Parola e comunità politica. Saggio su vocazione e attesa, Cantagalli, Siena 2010, pp.

GILSON, Étienne, Lo spirito della filosofia medioevale, Morcelliana, Brescia 1988 (prima edizione Parigi 1932), capp. 1 e 2.

ID., Il realismo, metodo della filosofia, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2008.

ID., Il tomismo e la sua situazione attuale, in ID., Problemi d’oggi,  Borla, Torino 1967, pp. 11-82.

GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enciclica Fides et ratio (1998), soprattutto i nn. 76, 82, 83, 84, 85.

GUARDINI, Romano, La fine dell’epoca moderna, Queriniana, Brescia 19938.

LEONE XIII, Lett. Enciclica Aeterni Patris (1879).

LIVI, Antonio, Attualità della nozione tommasiana di Preambula Fidei, in CONGIUNTI, Lorella-PERILLO, Graziano (a cura di), Studi sul pensiero di Tommaso d'Aquino. In occasione del XXX anniversario della SITA, Las, Roma  2009, pp. 139-172.

MONDIN, Battista, Compiti vecchi e nuovi della filosofia cristiana, in AA.VV., Virtualità e attualità della filosofia cristiana, Pontificia Universitas Urbaniana, Roma 1988, pp. 12-30.

OZANAM, Federico, La civiltà cristiana, SEI, Torino 1943, pp. 257-283.

PIEPER. Josef, La filosofia cristiana esiste? E, nel caso, che cos'è?, n ID., Filosofia cristiana e libertà, Morcelliana, Brescia 2013, pp. 33-74.

POPPI, Antonino, Senso e legittimità di una filosofia cristiana nella Fides et ratio in ID., Filosofia in tempo di nichilismo. Problemi di etica e metafisica, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2002, pp. 127-144.

SPAEMANN, Robert, La ragionevolezza della fede in Dio, in Dio oggi con lui o senza di lui  cambia tutto, con un Messaggio di Benedetto XVI, a cura del Comitato per il Progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana, Cantagalli, Siena 2010, pp. 57-78.

TRESMONTANT, Claude, Le idee fondamentali della metafisica cristiana, Morcelliana, Brescia 1963.

RATZINGER, Joseph, Il Dio della fede e il Dio dei filosofi. Un contributo al problema della theologia naturalis, Marcianum Press, Venezia 2007.



Clicca qui per vedere il video

Affrontare il tema dell’obiezione di coscienza (odc) oggi significa partire dal dato di cronaca, per scoprire che si tratta di un diritto tutt’altro che tutelato. Da questa considerazione ha preso le mosse l’intervento di Alfredo Mantovano, Giudice della Corte d’Appello di Roma e Vicepresidente vicario del Centro Studi Rosario Livatino, che lunedì 6 marzo è intervenuto a Bassano per una conferenza dal titolo “Liberi di dire no. Obiezione di coscienza e leggi ingiuste”. Se, come si diceva, è necessario partire dall’attualità, qual è lo scenario che ci si presenta? È uno scenario a tinte piuttosto fosche, basti pensare agli episodi più recenti come il bando per soli medici non obiettori all’Ospedale San Camillo a Roma e quello dell’ASL di Rovigo per l’assunzione di biologi, ma solo se non obiettori sulla fecondazione eterologa. E non sono nemmeno i primi casi, ha specificato Mantovano. Il Governatore del Lazio Nicola Zingaretti aveva già emesso un provvedimento nel quale si vietava la presenza di ginecologi obiettori di coscienza nei consultori.

Da parte loro, anche i mezzi di comunicazione danno un contributo decisamente distorsivo, inducendo nell’opinione pubblica l’impressione che oggi vi sia un’emergenza legata alla pratica di prestazioni come l’aborto a causa dell’alto numero di professionisti obiettori. “Se non partiamo dal dato concreto continuiamo a dire stupidaggini”, ha commentato Mantovano introducendo la relazione sull’attuazione della legge 194, che recita espressamente che “non emergono problemi” sull’attuazione della legge. E allora, ha chiosato il giurista, “di che parliamo?”. I numeri parlano di una realtà che è ben lontana dalle connotazioni emergenziali che i media oggi vogliono tratteggiare: “ogni medico non obiettore esegue di media 1,6 aborti a settimana, non proprio un carico di lavoro che fa crescere le liste d’attesa o che impone di respingere chi vuole praticare un aborto”.

Allora è importante fare chiarezza e chiedersi se l’odc nel nostro ordinamento riguarda solo la vita e la morte o se invece si espande anche ad altri settori e, in secondo luogo, è necessario interrogarsi se sia possibile enucleare dei principi di riferimento comuni che individuano il principio di odc, come degli “elementi costitutivi” del diritto all’obiezione.

Quanto alla prima questione, bisogna rilevare che l’odc viene introdotta nel nostro ordinamento nel 1972 con la previsione di obiezione al servizio militare, nel 1978 viene prevista nella legge 194 per il personale medico che non intenda eseguire interruzioni di gravidanza, nel 1993 viene estesa alla sperimentazione animale e infine viene stabilita per la pratica di fecondazione eterologa con la legge 40/2004. Si tratta quindi di un istituto che negli anni ha toccato ambiti diversi della vita della società.

Il susseguirsi di questi interventi fa sì che si possa quindi enucleare un insieme di caratteristiche comuni che delineano l’istituto dell’odc nel nostro ordinamento. Innanzitutto, l’obiezione si pone a fronte di un obbligo giuridico imposto da una legge, in secondo luogo l’esenzione consentita dall’odc è incondizionata e non può essere subordinato a condizioni esterne. La terza caratteristica costitutiva dell’odc è che l’obiettore è chiamato a svolgere un’attività di carattere diverso rispetto a quella oggetto di obiezione, che discende (quarto “elemento comune”) da una semplice dichiarazione, e non da una domanda che debba essere accettata da un terzo. Inoltre, l’esenzione è assoluta e riguarda tutti gli atti che sono legati causalmente all’oggetto dell’obiezione. Infine, non vi deve essere una sanzione per l’obiettore.

Fatte queste premesse, perché in 45 anni il legislatore ha previsto l’odc in campi così diversi? È una “gentile concessione” del potere? “Certo che no – ha commentato Mantovano – perché l’odc è costituzionalmente garantita e sancita: il legislatore, in materie gravi e importanti, è obbligato a garantire la possibilità di obiezione”. Certo, oggi è più difficile parlare di questo tema, perché si fatica a capire di che cosa si parla. Infatti, ha spiegato il relatore, “l’odc non ha a che vedere con le idee politiche, con le emozioni e le opinioni, ma ha a che fare con la nostra dignità”. A spiegarlo è la stessa Dichiarazione universale per i diritti dell’uomo, secondo la quale la coscienza è ciò che distingue gli esseri umani dagli animali. “La coscienza morale – ha aggiunto – è un giudizio della ragione” che richiama una legge inscritta nel cuore dell’uomo e che gli consente di individuare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. “La dignità della persona esige la rettitudine della coscienza”, ha dichiarato Mantovano, e per questo è proprio la perdita della dignità è la “sanzione” che l’uomo paga quando compie atti contro la coscienza. È una dialettica tra diritto naturale e diritto positivo che c’è sempre stata, e che non sia una questione prettamente religiosa è dimostrato dal fatto che lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica, quando parla di legge naturale, lo fa usando anche le parole di Cicerone: «Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione; essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano al dovere, i suoi divieti trattengono dall'errore. [...] È un delitto sostituirla con una legge contraria; è proibito non praticarne una sola disposizione; nessuno poi può abrogarla completamente».

Un’ulteriore conferma dell’importanza dell’odc è confermata dal fatto che la stessa obiezione per il servizio militare rappresenta una deroga all’unico dovere, la difesa della Patria, che la Costituzione connota con il termine di “sacro”.

Oggi, ha proseguito Mantovano, siamo in presenza di un attacco frontale al diritto di obiezione, e “uno Stato che è sulla via di negare l’odc è uno Stato che sta per diventare totalitario”. La violenza del regime non è solo quella dei carri armati, ma è anche quella “che pretende di cambiare l’uomo manipolando il suo dna e manipolando la sua coscienza. La battaglia sull’odc è una battaglia di avanguardia, è una questione che riguarda tutti noi e che deve essere portata avanti con il massimo della consapevolezza e della ragionevolezza”.

Rispondendo alle domande del pubblico presente in sala, Mantovano ha evidenziato come su questi temi l’impegno dei cattolici in politica sia stato quanto meno poco produttivo: “Sant’Agostino diceva che il problema risiede non tanto nei malvagi che fanno il male, ma nei buoni che non fanno il bene”, ha scherzato. Ma non bisogna perdere la speranza, perché “nulla è irreversibile”. Certamente, la prospettiva non è ottimistica: se non cambia nulla, nella prossima legislatura in Parlamento non ci sarà praticamente nessun cattolico in grado di portare avanti e sostenere battaglie sui principi. La ricetta di Mantovano è quella di “giocare all’attacco”, creando una piattaforma di intesa politica “formato famiglia”, in modo da intercettare i milioni di persone che si sono riunite nei due Family day e che avrebbero un certo peso elettorale: “rinunciare oggi alla rappresentanza politica dei cattolici è una grave omissione”.

Pagina 1 di 5