Le opere di don Didimo Mantiero



Il video della conferenza


Lunedì 4 ottobre nell’incontro di apertura del ciclo di conferenze autunnali della Scuola di Cultura Cattolica è intervenuto il prof. Onorato Grassi, docente di Storia della filosofia medievale all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e alla Lumsa di Roma, sul tema "Educare in tempi difficili. Riflessioni e opportunità per far crescere l’umano".

"Il Covid ha messo in crisi il modo di intendere la realtà e di relazionarci tra noi", ha esordito citando Papa Francesco. Si è generata una realtà di fronte alla quale sono sorti tre diversi atteggiamenti: il primo è il desiderio di tornare alla normalità, a com’erano le cose prima. Ma la normalità, a causa dello sconvolgimento che abbiamo sperimentato, non può più tornare alla vita com’era prima. Il secondo è quello di rimanere nell’incertezza, e anche questo approccio non regge perché non possiamo vivere a lungo nello smarrimento. Il terzo è capire la posta in gioco e provare a cambiare le cose, trovare un modo per ripartire. C’è prima da superare, però, la posizione di chi crede a tutto e al suo contrario, posizione oggi favorita da un’informazione che non ha più come obiettivo ricercare la verità, ma generare una dinamica che privilegia chi urla più forte. L’educazione ha a che fare con l’atteggiamento che richiede tempo e vuole fare domande e non vuole trovare delle scorciatoie nel dare un senso alla realtà. L’educazione è fondamentale perché il Covid ha creato una catastrofe creando un vuoto culturale, sociale, umano che avrà conseguenze terribili.

Quindi, in che contesto parliamo di educazione? È un contesto di "normalità disarticolata", sconvolta. Questo assunto è determinante se si parte dalla premessa, come sosteneva John Henry Newman, che "metà dell’educazione viene dalla tradizione del luogo di educazione, dal genius loci, e oggi questo luogo è, appunto, disarticolato". Non c’è più una continuità educativa, una normalità nel passaggio di testimone tra padri e figli, tra maestro e discepolo, tra una società adulta e una giovane. “"È giunta a maturazione la rottura teorizzata negli anni Settanta", ha commentato Grassi. Siamo approdati a una società in cui siamo legati l’un l’altro "dall’inno e dalla bandiera, ma non abbiamo più molto in comune". In educazione le conseguenze sono rilevanti, perché in questo contesto l’individuo non ha più radici.

Qui si innesta il problema del senso, del rapporto con la realtà, poiché – come diceva Luigi Giussani – si afferma la realtà solo se se ne afferma il senso. Oggi poniamo la questione del senso delle cose in un’epoca di "valutazioni quantitative". Siamo in un momento di predominanza dei big data, cioè della possibilità di usare i dati come mai prima è stato possibile nella storia dell’uomo. Essi sono divenuti una materia prima, e chi li possiede è come il possessore di un giacimento. La datacy (l’accumulo di dati digitalizzati e il loro uso in funzione di decisioni che si devono prendere) sta avendo la meglio sulla literacy (il pensiero umanistico, l’istruzione) con gravi conseguenze sul modo di pensare, parlare e agire. Una delle conseguenze più gravi è "lo spostamento del senso fuori dal territorio della comunicazione umana", cioè il senso non appartiene più al nostro parlare, al dire. Uno spostamento che sta investendo tutte le culture del mondo e che avrà la conseguenza che "ciò che sarà creduto o accettato sarà il contenuto dell’affermazione e non la sua relazione con i fatti". Varrà ciò che si dice in sé, e non avrà rilevanza che sia vero o meno (è qui che affonda le radici il fenomeno delle fake news).

Vi sono due aspetti del problema del senso, ha continuato Grassi: il primo è legato al tema della paternità e della maternità. Padre e madre sono quelli che danno senso alla vita. Dare senso alla vita fa essere più padre e madre del padre e della madre biologici. L’animale è generatore, riproduce, non è padre: "il padre è supremo aiuto alla chiarezza del senso della vita e compagnia nel cammino a essa". Padre e madre sono coscienti di sé dentro l’esperienza della vita e sanno trasmetterlo agli altri. Il senso della vita appartiene quindi alla sfera della coscienza e dell’autocoscienza e non a quella del calcolo e dei dati.

Il secondo aspetto riguarda l’educazione intellettuale. Il filosofo Robert Spaemann diceva che "l’uomo inizia a ragionare per l’esigenza di essere libero e per trovare dimora e sicurezza". L’uomo libero ragiona perché sa di non essere "meccanico". Una scelta è determinata dal conformarsi alle scelte altrui, oppure dall’affidarsi a emozioni e sentimenti, oppure ancora da interessi economici. Oppure, infine, da un giudizio su che cosa si deve fare, su ciò che è giusto o sbagliato. Quando posso scegliere tra una cosa e l’altra, ciò che mi determina nella scelta dipende da una valutazione che do su ciò che è giusto fare. Qui interviene la ragione: come superamento dell’ovvietà ("la pensano tutti così e quindi lo faccio anche io") e come interrogazione su che cosa sia vero, evidente, su cosa è giusto fare. Giustificare una scelta è questo: ricondurla a ciò che è "primo" ed evidente, a qualcosa che "tiene" e che non è ovvio.

Inoltre, ha proseguito, la ragione è tale quando è collegata al complesso della vita umana, non è separabile dall’affettività. L’educazione non è solo il lavoro che fanno i pedagogisti, ma è ciò che fa l’uomo adulto per liberare se stessi e i giovani da una schiavitù mentale: "L’opera educativa è quella che libera dall’asservimento mentale, che è uniformarsi al giudizio altrui passivamente". Sempre Newman scriveva che "l’arricchimento umano e intellettuale non è nell’accoglienza passiva di un certo numero di idee, ma nel confrontare un’idea con le altre"; è una crescita continua di sintesi che si producono una dopo l’altra, "non aggiungendo cose, ma spingendo in avanti il centro mentale che ognuno di noi ha e verso il quale gravitano tutte le cose che apprendiamo", che è capace di organizzare le conoscenze che abbiamo e che è in grado di metterle in relazione tra di loro. L’autore medievale Bonvesin De La Riva diceva, a questo proposito, che i giovani si annoiano quando non hanno il filo logico delle cose che sentono. E se educazione, come si diceva, è introduzione al senso della realtà, l’istruzione serve per entrare in essa: chi è istruito sa più cose della realtà che conosce, esattamente come un esperto d’arte vede in un quadro di più di quanto possa vedere un non appassionato.

Perché, quindi, è importante l’educazione intellettuale? Per il destino dell’uomo e per l’economia. L’educazione serve per superare i pregiudizi (Newman parlava di "offuscamento dell’occhio della ragione"). Abbiamo alle spalle un secolo – ma il ragionamento si può estendere anche ai tempi attuali – in cui l’educazione è stata di carattere ideologico. L’etica della conoscenza, invece, significa avere il coraggio di guardare la realtà e di far prevalere la verità rispetto ai propri pregiudizi.

E qual è invece il rapporto tra l’educazione e lo sviluppo della società? Grassi ha trovato la risposta in uno scritto di Carlo Cattaneo, che sosteneva che ciò che determina di più lo sviluppo non sono tanto i tre elementi fondamentali di cui parlano gli economisti (natura, lavoro, capitale), quanto il pensiero, gli atti creativi: "non c’è lavoro, non v’è capitale che non cominci con un atto di intelligenza. Prima di ogni lavoro, prima di ogni capitale, quando le cose giacciono ancora non curate e ignote in seno alla natura, è l’intelligenza che comincia l’opera e che imprime in esse per la prima volta il carattere di ricchezza". Insomma, ciò che è in grado di mettere insieme i tre fondamenti dell’economia è l’intelligenza. Ecco allora che lo sviluppo dell’intelligenza non è affatto indifferente allo sviluppo di un Paese: di conseguenza, interessarsi dell’educazione è un atto politico di estrema rilevanza.

Un ulteriore elemento portante dell’educazione è la comunità. Essa è la condizione per realizzare un’idea grande, un’impresa importante: “non si tira a riva una barca da soli”, dicevano i medievali. La comunità però non dev’essere fittizia, basata su qualcosa di esteriore, come le mode. La comunità è una dimensione dell’io, "nasce nel cuore di ciascuno ed è un cuore che sa condividere con altri la passione per la vita e per l’esistenza", ha spiegato. Lo hanno capito i grandi geni e i grandi educatori, che non a caso hanno strutturato la loro opera sulla formazione di un gruppo, di una comunità.

Infine, non si dà educazione senza la speranza. Diceva il poeta Charles Péguy che la speranza non va da sé, ma per avere speranza bisogna essere molto felici, bisogna aver ricevuto una grande grazia. Anche per educare bisogna aver ottenuto una grazia, bisogna aver sperimentato una positività da comunicare. Un padre triste non educa, un maestro che insegna è felice, ha avuto un grande dono nella vita (un adagio medievale diceva che "si insegna ciò che si è contemplato"). Lo psichiatra Eugenio Borgna nel suo libro Speranza e disperazione scrive: “la speranza ci consente di vedere la realtà con occhi non annebbiati, e non oscurati dall’esteriorità e dalle consuetudini, dalle convinzioni e dalle ripetizioni e ci consente di aprirci al futuro liberandoci dall’ostinata prigionia del passato e del presente”.

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