Le opere di don Didimo Mantiero



Una riflessione sulla cultura e una sui tempi che ci aspettano, quelli del computer. Sono le due declinazioni che hanno caratterizzato l’intervento di Fabrice Hadjadj, il filosofo francese che ieri, venerdì 29 ottobre, ha ricevuto a Bassano del Grappa il 39° Premio Internazionale Cultura Cattolica.

«Il cattolicesimo non è una cultura rivale, perché non si colloca sullo stesso piano delle culture» ha affermato. «Se si possono paragonare le culture a specie vegetali, la Rivelazione cristiana non è una specie più viva e più bella, che dovrebbe sostituire le altre, come un'erba meravigliosa più virulenta dell'erbaccia. È più come il sole, la pioggia e le forbici del giardiniere. È ciò che permette a ogni cultura di crescere, di purificarsi, di dare fiori più belli e frutti più gustosi.» Per parlare di cultura occorre aver sempre presente che «l'uomo non è colui che inizia né quello che controlla interamente l'opera. L'opera procede da un dono iniziale, quello del seme, dalla specie selvatica donata dalla natura, dalla specie addomesticata da un antenato, e si dispiega sia con lo sforzo di un lavoro che con la grazia di una meteorologia favorevole.» Così, «L'uomo di cultura, chiunque esso sia, riconosce sempre il dono primo del materiale e dell'ispirazione e sa che la propria mano è alla mercé dell'artrite.»

All’orizzonte di profila però la minaccia del «paradigma tecnocratico, dove il programma prevale sulla provvidenza, dove la robotizzazione prevale sul lavoro, si oscilla continuamente tra il monitoraggio e l'ecstasy, il calcolo e la trance». «Perché allora si dovrebbe ancora oggi avere la pazienza della cultura?», si è chiesto. «A differenza dell'antico che credeva nella trasmissione, a differenza del moderno che credeva nel progresso, il postmoderno non crede più nel futuro... Non pianta alberi. Effettua ordini con consegna espressa.» Manca l’idea dell’uomo che costruisce cattedrali sapendo già che non potrà essere lui a goderne, ma i suoi nipoti. Quindi, oggi «quale ambiente può assicurare una continuità storica sufficiente a che i nipoti abbiano ancora una vita la cui essenza appaia simile a quella dei loro nonni?»

«In un mondo tecnocratico e che rompe sempre col passato, dove non si parla più che di crollo, non c'è che la Chiesa, nella permanenza miracolosa del suo magistero, a mantenere l'unità della condizione umana», è la risposta che ha lanciato Hadjadj.

«Diventando cristiano, divento contemporaneo di Mosè, Paolo, Agostino, Tommaso d'Aquino, Dante, Manzoni, ma anche di Sofocle, Aristotele, Virgilio che preparano al Vangelo. So che, sostanzialmente, le domande che pongono Shakespeare o Goldoni valgono ancora per me. Anzi, credo che Nietzsche e Marx avranno posterità solo nella Chiesa, perché il cattolico si interesserà ancora ai loro scritti, quando i seguaci degli algoritmi, dell'animalismo o del fondamentalismo li avranno da tempo abbandonati.»

Così, «se ho partecipato a un cattolicesimo che riconosce la sua missione di salvezza per la cultura oggi, allora il premio che ricevo non è fondato su un malinteso».

Anche Francesca Meneghetti, presidente della Scuola di Cultura Cattolica, ha parlato nel suo intervento di Rivelazione «come oggetto del nostro interesse, perché cerchiamo di approfondire l’insegnamento del Vangelo alla luce del Magistero della Chiesa». Oltre a questa, sono altre due le parole chiave che hanno mosso l’agire dell’associazione nei suoi primi 40 anni (celebrati proprio nel 2021 con la pubblicazione da parte delle Edizioni Ares di un volume che raccoglie i testi di dieci conferenze del primo decennio della Scuola): sono la parola “realtà” «come società e mondo che ci circonda, nel quale siamo immersi e operiamo» e “responsabilità”, «quella che abbiamo come laici nei confronti di quanto abbiamo ricevuto». È su queste basi che poggia un lavoro di approfondimento in un momento storico che Meneghetti ha sintetizzato con una citazione dello stesso Hadjadj: «La nostra è un’epoca benedetta, nella qual l’Eterno, nella sua insondabile provvidenza, ci ha dato di vivere e di testimoniare».

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